6 Novembre 2015. Venerdì della XXXI Settimana del Tempo ordinario
Noi ci diamo gloria per la nobiltà del casato o per le cariche, sia ecclesiastiche che sociali. Ma la vera nobiltà, quella di tutti i cristiani, viene da Dio stesso! Noi siamo i fratelli di Gesù, perciò egli ci ama di un amore infinito. San Pier Giuliano Eymard
Quanta tristezza al vedere quanto l’uomo è attaccato alle cose esteriori, al possesso, come se questo fosse ciò che dà la felicità. Sembra quasi che senza una carica importante, senza un posto privilegiato nella società o nella Chiesa, perdiamo di dignità. Quanto sono malati gli occhi che vedono il mondo in questo modo!
Noi valiamo per quello che siamo, la nostra dignità è nel nostro essere uomini e donne per le quali il Signore Gesù è morto. Questo ci rende qualcuno e ci fa capire quanto valiamo! Il Suo sacrificio ci ha resi figli del Padre, fratelli Suoi. Quale dignità o carica più grande ci può essere al mondo? Eppure ci è stata donata gratuitamente, nessuno di noi lo ha meritato! Non eravamo neanche nati quando Gesù è venuto nel mondo e ha donato la sua vita per noi!
Quando ci guardiamo intorno e pensiamo che saremmo più felici se avessimo quel posto importante, se il nostro lavoro fosse valutato meglio, se la società riconoscesse il nostro ruolo, ci stiamo illudendo. In realtà, anche se la società sembra dirci che sono felici i ricchi, quelli che occupano posti “di prestigio”, le persone veramente felici sono quelle che Gesù ha indicato nelle Beatitudini: “Beati i miti…, beati i poveri…, beati i misericordiosi…”. Perché questi sono i fratelli di Gesù e sono quelli che gli assomigliano di più.
Anche noi portiamo l’impronta del suo amore e possiamo essere felici perché siamo amati, siamo figli di Dio, siamo i fratelli di Gesù, perciò egli ci ama di un amore infinito. Pensiamoci oggi, quando saremo indaffarati in tante cose e rischieremo di cercare la felicità nelle cose materiali. Ripetiamoci sempre: Noi siamo i fratelli di Gesù, perciò egli ci ama di un amore infinito.
Buona giornata

   Francesca e don Alessandro
 

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