12 aprile 2016. Martedì della III Settimana di Pasqua
La prima espressione utilizzata (nel cosiddetto Inno alla carità di san Paolo, 1Cor 13, 4-7) è “macrothymei”. La traduzione non è semplicemente “che sopporta ogni cosa”, perché questa idea viene espressa alla fine del v. 7. Il senso si coglie dalla traduzione greca dell’Antico Testamento, dove si afferma che Dio è «lento all’ira» (Es 34,6; Nm 14,18). Si mostra quando la persona non si lascia guidare dagli impulsi e evita di aggredire. È una caratteristica del Dio dell’Alleanza che chiama ad imitarlo anche all’interno della vita familiare. I testi in cui Paolo fa uso di questo termine si devono leggere sullo sfondo del libro della Sapienza (cfr 11,23; 12,2.15-18): nello stesso tempo in cui si loda la moderazione di Dio al fine di dare spazio al pentimento, si insiste sul suo potere che si manifesta quando agisce con misericordia. La pazienza di Dio è esercizio di misericordia verso il peccatore e manifesta l’autentico potere.
Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato. Papa Francesco, Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, N° 91 e 92
Quante volte le nostre reazioni aggressive sono frutto del non riconoscere da parte nostra che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è! Vorremmo solo che fosse diverso, migliore, un’altra persona, senza accettarlo per quello che è.
Il desiderio che l’altro cambi è positivo, perché tutti siamo chiamati a diventare sempre più perfetti, sempre più simili a Gesù, ma l’amore consiste prima di tutto nell’accoglienza dell’altro, nel riconoscergli il diritto di sbagliare, anche se questo ci dà fastidio.
L’amore ha una componente importante, della quale non si può fare a meno: la misericordia. La capacità di perdonare l’altro è la base del cambiamento, perché non si cambia in un clima di giudizio, rigido, dove non è permesso sbagliare. Si cambia solo quando si è certi che l’altro mi ama per quello che sono, che il suo amore per me è più grande dei miei sbagli.
Il desiderio di cambiare allora nasce come risposta all’amore che mi è stato donato gratuitamente. Non è così anche con Dio? Lo amiamo perché Lui ci ha amati per primo, perché qualunque cosa succeda, qualunque cosa facciamo Lui continuerà ad amarci. Il nostro cambiamento è frutto del desiderio di amare come Lui ci ama.
Quando vorremmo cambiare qualcuno, cerchiamo di farlo partendo dall’accoglienza. E ogni volta farà qualcosa che ci dà particolarmente fastidio, fermiamoci un momento e apriamo il nostro cuore al perdono. Non dimentichiamoci mai che l’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.
Buona giornata

   Francesca e don Alessandro
 

Advertisements